UniPv al lavoro sui sensori wireless in grado di monitorare la salute degli astronauti nello Spazio
Sensori impiantati o indossabili in grado di trasmettere parametri fisiologici degli astronauti nello Spazio? Non è fantascienza, ma il progetto di ricerca a cui sta lavorando Anna Vizziello del Dipartimento di Ingegneria Industriale e dell'Informazione dell'Università di Pavia.
L'Ateneo pavese è da tempo impegnato nello sviluppo di tecnologie sempre più sofisticate che possano essere d'aiuto nel settore delle esplorazioni spaziali, tra queste proprio le reti wireless di sensori capaci di acquisire diverse tipologie di segnali corporei, come ad esempio impulsi elettrici generati dal battito cardiaco.
«Il dispositivo raccoglie il dato che poi viene trasmesso in remoto e analizzato. In questo modo è possibile un monitoraggio continuo e costante del soggetto» – spiega la ricercatrice Anna Vizziello intervistata da Chiara Mazzetti di Confindustria Varese.
Questi sensori sono in grado di monitorare lo stato di salute di persone sia sulla Terra sia nello Spazio: da una parte ci sono quelli impiantati, che in futuro potranno diventare nano robot che viaggiano all’interno dei vasi sanguigni per il rilascio controllato di farmaci o che potranno essere utili al monitoraggio e dall’altra ci sono i sensori indossabili, braccialetti con elettrodi che semplicemente si appoggiano sulla pelle.
«Come polo universitario pavese - prosegue Anna Vizziello - ci stiamo occupando della realizzazione delle trasmissioni necessarie al funzionamento dei sensori, adattati specificatamente all’utilizzo spaziale e che hanno richiesto impostazioni e configurazioni differenti rispetto ai canali wireless cittadini che utilizziamo comunemente ogni giorno».
La principale differenza tra sensori impianti e indossabili? Il mezzo di comunicazione: per gli impiantati è il corpo umano stesso, mentre per gli indossabili è l’aria. Ma come funziona questa tecnologia capace di trasmettere le rilevazioni di cambiamenti e mutazioni nello stato di salute degli astronauti in orbita?
«I sensori indossabili - racconta la ricercatrice - sono tecnologie a radiofrequenza a basso consumo energetico, come quelle utilizzate nei cellulari. Quelli, invece, che vengono inseriti all’interno del corpo devono rispondere a requisiti più stringenti per motivi di sicurezza, sono a bassissima frequenza ad accoppiamento galvanico o capacitivo e generano deboli campi elettromagnetici o correnti impercettibili per il soggetto, che siamo in grado di modulare per trasportare da un dispositivo ad un altro le informazioni raccolte: un vantaggio sia per la persona sia per i dispositivi stessi».
Leggi l'intervista completa su «VareseFocus», il periodico online di Confindustria Varese.