Il DNA antico di individui dalla Roma imperiale al Medioevo svela la storia genetica di Amiternum, un’antica città dell’Abruzzo
Un team di ricercatori delle Università di Pavia e dell’Aquila ha pubblicato sulla rivista internazionale «iScience» (Cell Press) uno studio che, per la prima volta, analizza il DNA genomico antico di individui sepolti nel complesso episcopale di Santa Maria in Civitate ad Amiternum, un’antica città dell’Abruzzo, situata a pochi chilometri dall’Aquila. I risultati gettano luce sulla storia genetica dell’Italia centro-meridionale, e in particolare sull’Abruzzo, una regione finora priva di dati genomici antichi.
Il sito archeologico
Lo studio si focalizza sulla cattedrale di Santa Maria in Civitate (i cui resti sono rappresentati in figura), dove sono stati effettuati gli scavi archeologici. Di origini paleocristiane, divenne un’importante cattedrale in epoca longobarda e carolingia per poi essere abbandonata nel XIV secolo.
Gli scheletri trovati a Santa Maria in Civitate, sedici inclusi in questo studio, mostrano delle peculiarità. Quindici scheletri sono stati trovati all’interno della cattedrale longobarda e risultano datati fra l’VIII e il X secolo d.C. (ad eccezione di uno di età tardo medievale) e ciò che è ancora più significativo è che appartengono tutti a infanti o giovani. L’ultimo individuo ad essere stato analizzato e l’unico adulto, un maschio di circa 45/50 anni, non è medievale come gli altri, ma risale al periodo della Roma imperiale (III-IV secolo d.C.) ed è stato rinvenuto all’interno di una piccola struttura in muratura situata all’esterno della cattedrale longobarda.
Il DNA racconta una storia di cambiamenti
«Il DNA antico», spiega la prof.ssa Anna Olivieri, docente di genetica presso il Dipartimento di Biologia e Biotecnologie dell’Università di Pavia, «permette di ricostruire l’origine e la storia genetica di popolazioni che hanno abitato un luogo secoli fa, perché è rimasto conservato nel tempo e funge da archivio molecolare del passato».
L’analisi del DNA estratto da una piccolissima quantità di polvere d’osso degli individui di Amiternum ha permesso di ricostruire il profilo genetico degli individui e di confrontarli con centinaia di genomi antichi e moderni provenienti da tutta l’Eurasia. I risultati sono netti: tra l’epoca romana e il Medioevo si registra una marcata discontinuità genetica. L’individuo romano presenta un profilo tipico delle popolazioni dell’Italia imperiale, con una forte componente proveniente dal vicino oriente, perfettamente sovrapponibile a quello di altri romani dell’epoca provenienti dal Lazio. Questo perché il popolo romano era cosmopolita e raccoglieva influenze, anche genetiche, da molte parti del vecchio mondo, in particolare dal vicino oriente. Gli individui medievali, al contrario, mostrano un profilo genetico omogeneo, cioè sono geneticamente simili fra loro, e sono caratterizzati da una significativa influenza dell’Europa centrale e settentrionale, ma con un substrato mediterraneo che rimane ben riconoscibile. Questo ci fa capire che gli individui di Amiternum non erano longobardi di prima generazione, ma un mix di un substrato locale influenzato da migrazioni dal nord.
Un legame con gli italiani di oggi
Un risultato affascinante dello studio riguarda la continuità genetica tra la popolazione medievale di Amiternum e gli italiani moderni del Centro-Sud.
«I genomi medievali» spiega la dott.ssa Elisabetta Moroni dell’Università di Pavia, primo autore del lavoro pubblicato su iScience, «si sovrappongono a quelli di popolazioni moderne di Lazio, Abruzzo, Molise, Basilicata e Puglia, suggerendo che la struttura genetica degli italiani centro-meridionali di oggi fosse già abbozzata a partire dal Medioevo.»
Il significato delle sepolture di Amiternum
La particolarità del sito risiede nella concentrazione di sepolture infantili all’interno di una cappella funeraria privilegiata, direttamente annessa al complesso episcopale longobardo: una scelta deliberata che riflette l’importanza sociale e religiosa attribuita a questi individui dalla comunità medievale. L’analisi genetica ha inoltre identificato tra le tombe tre individui legati da un rapporto di primo grado, con ogni probabilità fratelli, suggerendo che la cappella funzionasse come luogo della memoria per specifici gruppi familiari di rilievo.
«Nelle sepolture della cappella i corredi sono quasi del tutto assenti», sottolinea Alfonso Forgione, docente di Archeologia medievale all’Università dell’Aquila e responsabile delle indagini archeologiche. «La posizione privilegiata delle tombe all’interno dell’edificio sacro assume invece un ruolo centrale nella rappresentazione del prestigio e della memoria familiare. L’individuazione di legami di parentela offre un nuovo elemento per comprendere l’organizzazione di questo spazio funerario».
Un caso a parte è rappresentato dall’unico individuo adulto del gruppo, risalente a diversi secoli prima degli altri, la cui tomba si trova a ridosso di quello che è stato interpretato come il più antico oratorio della prima comunità cristiana di Amiternum. Sebbene serva prudenza, la collocazione, l'architettura e la datazione suggeriscono che questa persona potesse essere una figura di primo piano o un personaggio di spicco all'origine della nuova comunità cristiana locale.
Un tassello mancante nella storia genetica dell’Italia
«L’Abruzzo era praticamente assente dalla letteratura archeogenomica,» spiega la professoressa Anna Maria Giuseppina Poma, genetista dell’Università dell’Aquila. «Questo lavoro colma una lacuna importante, confermando che il passaggio dall’età romana al Medioevo è stato segnato da una profonda trasformazione genetica per le popolazioni italiane, con effetti che possiamo ancora osservare nei genomi degli italiani di oggi.»
Riferimento bibliografico:
Moroni E. et al., Reconstructing the genetic ancestry of the archaeological site in Amiternum: From Roman Imperial to early medieval times in Central Italy, iScience 29, 117783, novembre 2026. DOI: https://doi.org/10.1016/j.isci.2026.117783