Mark Rothko, il mistero della forma
Mark Rothko. Genoforme, il nuovo volume della professoressa Silvana Borutti e del professor Giovanni Scibilia, pubblicato da Abscondita nella collana Carte d’artisti, sarà al centro dell’incontro del 20 ottobre 2026, alle ore 18:00, nell’Aula Goldoniana del Collegio Ghislieri, dove gli autori dialogheranno con i professori Paolo Campiglio e Serena Feloj, entrambi dell’Università di Pavia.
Un rettangolo. Poi un altro. Colori che sembrano galleggiare, bordi che non sono mai davvero netti, superfici che a prima vista sembrano immobili e che invece, dopo qualche secondo, cominciano a vibrare. Mark Rothko ha passato gran parte della sua vita a ridurre la pittura all’essenziale. Ma quell’essenziale, nelle sue tele, non è mai semplice. È da qui che parte Mark Rothko. Genoforme.
Il titolo contiene già la chiave della ricerca. "Genoforma" è il termine attraverso cui Silvana Borutti e Giovanni Scibilia leggono il rettangolo rothkiano come una sorta di "grado zero" della forma: "uno schema minimo – spiegano –, quasi una cellula generativa, attraverso il quale l’immagine può nascere e continuare a trasformarsi. Non un rettangolo geometrico perfetto, dunque, ma una forma continuamente sul punto di disfarsi". I suoi bordi sono spesso sfrangiati, sfumati, confusi con il fondo o con gli altri campi cromatici. È proprio in quella instabilità che, secondo gli autori, si apre lo spazio dell’immaginazione.
È una prospettiva che permette di guardare Rothko lontano da alcune delle interpretazioni più immediate che lo hanno trasformato in un’icona della pittura americana del Novecento. Nato nel 1903 nell’allora Impero russo e arrivato negli Stati Uniti da bambino, Rothko è associato dal MoMA all’Espressionismo astratto e alla Color Field painting. A partire dalla fine degli anni Quaranta concentra sempre più la sua ricerca sulla relazione fra spazio, colore e scala, fino alle grandi composizioni di campi cromatici che diventeranno la sua cifra più riconoscibile.
"Ma guardare un Rothko significa accorgersi rapidamente che la geometria che appare sulla tela è soltanto apparente – sottolineano gli autori –. I rettangoli non sono davvero rettangoli: i margini sfumano, i colori penetrano l’uno nell’altro, gli strati sottostanti continuano a farsi percepire. La forma, dunque, non chiude l’immagine: la apre". È uno dei punti più interessanti del volume di Borutti e Scibilia. La "genoforma" non è soltanto una categoria per descrivere le tele di Rothko, ma un modo per comprendere come in esse forma e informe convivano. La forma tenta di stabilizzarsi, ma qualcosa continuamente la altera, la ferisce, la eccede. E proprio ciò che sembra un difetto - un bordo che perde precisione, una superficie che non si lascia delimitare - diventa il luogo nel quale la pittura continua ad accadere. Questo permette anche di comprendere perché la pittura di Rothko chieda al pubblico qualcosa di diverso dalla semplice identificazione di un soggetto. "Non c'è nulla da 'riconoscere' nel senso tradizionale – chiariscono gli autori –. Ci si trova davanti a campi di colore, ma quei campi diventano esperienza. La stessa Rothko Chapel, realizzata a Houston con quattordici grandi dipinti completati nel 1967, mostra fino a che punto Rothko concepisse la pittura come uno spazio nel quale il rapporto fra opera e spettatore potesse diventare quasi fisico. La luce naturale, le dimensioni delle tele, la disposizione nell’ambiente e la loro relazione reciproca sono parte dell’esperienza dell’opera".
E qui la domanda diventa inevitabile: che cosa rimane di un’immagine quando l’immagine sembra non rappresentare più nulla? Forse proprio una forma elementare di presenza. Un campo di colore che non racconta una storia, non raffigura un corpo, non descrive un paesaggio e tuttavia costringe chi guarda a fermarsi, a misurare la distanza, la luce, il proprio stesso sguardo. È questo il paradosso di Rothko: più la pittura sembra sottrarsi, più chiede di essere guardata. Più riduce la forma, più apre domande sulla forma. E forse è proprio per questo che, davanti a quei rettangoli imperfetti, la pittura torna a essere ciò che è stata da sempre: non una risposta, ma un modo di vedere.
L’incontro è riconosciuto dalla Scuola IUSS di Pavia quale attività formativa extra-ambito dei Corsi ordinari.